Oltre la Grande Muraglia, 50 milioni di blogger
Nel 2007 erano solo 47 milioni. Nell'anno appena trascorso hanno raggiunto quota 50 milioni.
Sono i blogger cinesi, divenuti così tanti da rappresentare ormai un problema di ordine pubblico per il Governo di Pechino, sempre assai indaffarato nel controllare e filtrare qualsiasi messaggio circoli attraverso ogni mezzo di comunicazione in uso sul suo territorio.
I blog invece sono circa cento milioni, dato che conferma la generale tendenza degli utenti residenti oltre la Grande Muraglia a gestire più di un blog alla volta.
La popolazione totale degli internauti cinesi, infine, è di 290 milioni di unità (dati aggiornati a dicembre 2008). Basta un rapido calcolo per scoprire che, in Cina, circa un navigatore su sei è anche un blogger.
New Economy, da Paese delle Meraviglie a Terra Desolata
Tagliare i costi. Riorganizzare. Ottimizzare. Non passa giorno senza che la stampa annunci nuovi licenziamenti (effettivi o rivelati come prossimi dai soliti anonimi bene informati) che come una mannaia si abbattono sui lavoratori della new economy.
Esempio 1: partiamo con qualcosa di semplice. A ottobre Loic Le Meur, ex responsabile di Six Apart Europe ed oggi CEO di Seesmic, annuncia il licenziamento di sette dipendenti. Quisquilie direte voi. E' un terzo del suo staff, rispondo io.
Esempio 2: nel corso di tutto 2008 Nick Denton, praticamente l'inventore nano-publishing con Gawker.com nonché il primo a trarne guadagni di assoluto rilievo, ha provveduto in varie riprese a chiudere i blog meno produttivi. I vari editor sono stati a volte riassorbiti nei blog ancora funzionanti, più spesso "reimmessi" sul mercato. E questo nonostante gli introiti pubblicitari per Gawker siano cresciuti del 39 per cento nel 2008.
Esempio 3: la cronaca più recente racconta di "riorganizzazioni" da numeri a 3, 4 e persino 5 cifre. Sun Microsystems, per citare qualcuno, deve "sacrificare" ben 6000 persone, circa il 18 per cento della sua forza lavoro, nel processo di ristrutturazione che ne dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) salvare le sorti.
Esempio 4: che dire poi di Yahoo!? Il motore di ricerca uscito con le ossa rotte dalla "danza della morte" con Microsoft e Google ha comunicato già ad ottobre il licenziamento di circa 1500 persone, ovvero il 10 per cento della propria forza lavoro.
Esempi 5 e 6: La cronaca di queste ore è ancora meno incoraggiante delle premesse. Da un lato c'è Microsoft, che voci insistenti (seppur non confermate) vogliono prossima a licenziare 15mila dipendenti su 90mila, la maggior parte dei quali distribuiti tra Europa, Medio Oriente e Africa.
Dall'altro c'è il gigante (dai piedi d'argilla) Sony che - rivela The Times - sarebbe ad un passo da una radicale ristrutturazione che dovrebbe lasciare a terra non meno di 8mila dipendenti.
L'elenco potrebbe andare avanti a lungo, ma la sostanza non cambia: la crisi c'è, sta investendo pesantemente il mondo Hi-Tech e sta producendo un numero assai preoccupante di disoccupati prima ancora che - come mi suggeriva ottimista Tim O'Reilly - "eliminare i rami secchi del web 2.0".
Il fatto che fosse stata abbondantemente prevista non consola. Cosa ancora peggiore, preoccupano persino le prospettive di spesa per il 2009 degli un tempo voraci consumatori americani, in barba alla pompa magna di eventi come CES e MacWorld, ormai privi della loro vera ragion d'essere.
Ci aspettano tempi duri.
DellOutlet, il business su Twitter secondo Dell
Di recente Dell, colosso informatico americano già noto ai lettori di Blogs4biz per il suo blog e per il "raccoglitore di idee" dei clienti Ideastorm, ha fatto nuovamente parlare di sé per un'altra iniziativa commerciale realizzata con strumenti "web 2.0": la promozione di prodotti in offerta attraverso Twitter.
L'attività è in corso da circa un anno e mezzo e ad oggi ha prodotto, come rivela la stessa multinazionale americana, ricavi per circa un milione di dollari.
Il meccanismo è semplice: l'utente interessato a ricevere aggiornamenti su sconti, promozioni e offerte proposte dall'Outlet Store Dell diventa "follower" dell'omonima identità creata dall'azienda su Twitter e riceve informazioni in tempo reale.
Centoquaranta caratteri alla volta.
E se un milione di dollari in un anno può sembrarvi uno scherzo per un gigante come l'azienda in questione, considerate due cose: in primo luogo, è molto più di quanto altri (specie i creatori del servizio) abbiano finora saputo monetizzare sfruttando il popolare servizio di "micro-blogging".
In secondo luogo, l'esperimento apre prospettive di business nuove e interessanti soprattutto per aziende di taglia piccola e media.
Ora non resta che vedere se il 2009 sia anche l'anno in cui Twitter darà alla luce, finalmente, un modello di business solido e credibile.
Intanto si accettano scommesse: qui si punta sul no.
USA, gli utenti preferiscono internet ai giornali
Prima o poi doveva accadere: è successo (ovviamente) in America, dove Internet ha infine superato la stampa tradizionale nella speciale classifica delle fonti di notizie nazionali ed internazionali più gettonate dal pubblico.
Lo rivela uno studio appena pubblicato dal serio ed attendibile Pew Research Center, le cui conclusioni sono il frutto di 1.489 interviste condotte all'inizio di dicembre:
Currently, 40% say they get most of their news about national and international issues from the internet, up from just 24% in September 2007. For the first time in a Pew survey, more people say they rely mostly on the internet for news than cite newspapers (35%). Television continues to be cited most frequently as a main source for national and international news, at 70%.
Da notare anche che il primato della televisione, ancora saldamente i testa alla classifica dei media preferiti oltreoceano, viene praticamente annullato quando l'età degli intervistati scende sotto i 30 anni:
Nearly six-in-ten Americans younger than 30 (59%) say they get most of their national and international news online; an identical percentage cites television.
Difficile non chiedersi che risultati si avrebbero se qualcuno ripetesse la stessa ricerca anche in Italia.
Qualcuno si offre volontario?
Postato da Alessio Jacona
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IT industry, il 2009 è già un anno da dimenticare
Nel 2009 l'IT industry vedrà peggiorare i già deludenti risultati del 2008, dove la crescita si è attestata intorno al 4 per cento.
L'ennesima pessima notizia emerge da un rapporto appena pubblicato dalla Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), secondo cui la crisi che da mesi funesta tutti i mercati del pianeta influenzerà pesantemente anche la (un tempo florida) internet economy nell'anno a venire.
A subire la peggio sarà il mercato dei seminconduttori, già indebolito da una crescita nel 2008 pari al 2,2 per cento e destinato a contrarsi nei prossimi 12 mesi di circa 6 punti percentuale.
E mentre da ogni parte del mondo provengono segnali deprimenti rispetto al prossimo futuro, una notizia in controtendenza: in Cina, dove il rallentamento dell'economia c'è stato e tuttavia il mercato sembrea essere ancora vitale, il portale Sina.com ha acquisito l'agenzia pubblicitaria Focus Media per ben un miliardo di dollari.
Postato da Alessio Jacona
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Cinque ragioni per cui un corporate blog fallisce
Brutalmente e senza tante cerimonie, mi sembra il caso di ribadire le 5 ragioni per le quali un corporate blog fallisce così come escono (inglese) dalla penna di Lee Odden (Online Marketing Blog).
- No clear objectives. With all the buzz and promise of increased search engine visibility, improved customer communications and PR, many companies task their IT group to “set up a blog” without ever planning exactly what the key objectives are. [...]The key is to identify the objectives for the corporate blog, get key metrics identified and create a content creation and promotion plan consistent with reaching those goals.
- Unrealistic expectations and resource allocation. Blogging is work, no doubt about it. Not everyone is a natural blog writer and community builder. A successful business blog puts a personality on the company and both listens and responds to the community. Expecting a blog to be a silver bullet purely based on the SEO friendliness of blog software for example, is as shortsighted as expecting on-page SEO alone to solve a web site’s search engine ranking problems. [...] If a company is going to start a blog, they should plan for success rather than treating it like a crapshoot. Commit or go home.
- Not sourcing content for the long term. One of the most common reasons business blogs lack content or posting frequency is a combination of not participating in the blogging community conversation and not identifying content sources. Keyword researched blog categories can serve as a sort of editorial guide on what to write about as well as identifying a mix of post types to be written on a regular basis. [...]Companies would also do well to identify multiple people to write for the company blog so no one person is tasked with too much.
- No feedback mechanisms. Comments and trackbacks are a big part of why blogs are different than web sites. However, many business blogs don’t allow comments because they fear the time/expense of staffing required to handle them. They also fear what readers might say. Comments are a goal not a liability. Feedback from readers, good and bad creates a conversation that includes the company. The conversation is already happening elsewhere, why not have it in your own backyard?
- Do it yourself syndrome. Companies can setup blogs themselves quite easily, but judging by the number of “dead” blogs out there, it’s a very different thing to setup a blog than to start a blog and be successful with it. As with any potentially complicated and lucrative venture, anticipating all the contingencies and dependencies is near impossible unless it’s been done before.
So cosa state pensando: vi domandate perché diciamo tutti più o meno le stesse cose. La risposta - suggerisco io - potrebbe essere che, semplicemente, sono vere.
Postato da Alessio Jacona
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Io con... Continua a leggere...
Le Social Media Guidelines di Intel
Quando un colosso del calibro di Intel pubblica delle corporate guidelines espressamente pensate per "employee or contractor" che creano o contribuiscono a "blogs, wikis, social networks, virtual worlds, or any other kind of social media both on and off intel.com", ci sono sostanzialemnte due cose da fare: battere le mani e andarsele a leggere.
Per invogliarvi, riporto qui sotto l'illuminante traduzione della prima parte:
Le piattaforme emergenti per la collaborazione on line stanno cambiando radicalmente il modo in cui lavoriamo offrendoci nuovi modi di confrontarci con i clienti, con i colleghi e con il resto del mondo.
E’ un nuovo modello di interazione e crediamo che il social computing possa davvero aiutare a costruire relazioni di lavoro più forti e di maggior successo. E’ inoltre un modo che voi (dipendenti Intel ndr) avete per prendere parte alla conversazione globale in corso su ciò che fa Intel e sulle cose che per noi sono importanti.
La scelta di partecipare o meno ai media sociali è vostra. Se però vi decidete a farlo, vi preghiamo di seguire queste indicazioni:
• Fornite il vostro punto di vista su cosa avviene in Intel e nel resto del mondo avendo cura di essere originali e rilevanti.
• Postate commenti che siano significativi e rispettosi – in altre parole, niente spam e niente considerazioni che siano off-topic o offensive
• Quando una risposta è necessaria, datela con rapidità
• Rispettate la proprietà intellettuale delle informazioni e la riservatezza
• Se non siete d’accordo con qualcuno, mantenete la calma
• Abbiate cura di conoscere e seguire l’Intel Code of Conduct l’Intel Privacy Policy
Che dire: sono così ben fatte che non sembrano vere. Di certo, ognuno di voi là fuori dovrebbe leggerle tante volte quante ne servono per impararne a memoria non le parole, ma il senso profondo del cambiamento che oggi, persino qui in Italia, è in atto.
Detto questo, vi consiglio di andare a darci un'occhiata focalizzando la vostra attenzione sulle (molte ed assai sagge) "Rules of engagement".
Corporate blog, i consumatori si fidano poco
Mi spiace ammetterlo, ma me lo aspettavo: secondo l'ultima ricerca pubblicata da Forrester Research, solo un consumatore su sei crede ai corporate blog, pari a un misero 16 per cento.
Il perché è chiaro: basta fare un giro nella blogosfera dei "presidi 2.0 aziendali" per capire come, ad oggi, siano ancora in pochi ad aver capito che il corporate blog non è l'ennesimo raccoglitore di comunicati stampa.
Le ragioni dietro questo risultato avvilente sono varie: scarsa comprensione della blogosfera e delle sue dinamiche; tendenza ad applicare metodi vecchi o semplicemente inadatti alla nuova comunicazione online; impreparazione di coloro che, nell'azienda, spesso si vedono improvvisamente passare la "patata bollente" del corporate blog; semplice arroganza.
La soluzione? E' complessa e articolata e di certo passa dall'includere il blog in una strategia di comunicazione esterna di ampio respiro, oltre che mirata al mondo dei nuovi media.
Serve investire denaro, destinare risorse umane valide e smetterla una volta per tutte di pensare che fare una cosa in rete significhi ancora poter "arruffare" spendendo quattro soldi.
Nel caso non ve ne foste accorti, siamo quasi nel 2009.




